mercoledì 22 ottobre 2008

Il Cardinal Arinze: la Messa continua nella vita dei credenti.

Il cardinale Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti, illustra le iniziative per dare attuazione al Sinodo del 2005 sull'Eucaristia.

di Gianluca Biccini

L'Ite, missa est affiancato da formule alternative che esprimono la dimensione missionaria del saluto liturgico finale. Il gesto dello scambio della pace anticipato tra la preghiera dei fedeli e l'offertorio. E poi un compendio eucaristico per aiutare i fedeli a capire ogni gesto della celebrazione del sacramento dell'altare. E un elenco dei grandi temi della fede proposto ai sacerdoti per le omelie domenicali, durante il ciclo triennale.
Tempo di "lavori in corso" alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. La definizione è del cardinale prefetto Francis Arinze, che ha illustrato all'assemblea del Sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio in svolgimento in Vaticano i quattro progetti a cui il dicastero ha dedicato gran parte della sua attività in questi ultimi due anni. Piccoli interventi per rispondere ad alcune osservazioni emerse dai lavori della precedente assemblea sinodale del 2005 sull'Eucaristia e poi recepite dall'esortazione apostolica Sacramentum Caritatis. Benedetto XVI ha dato indicazioni precise sulle singole questioni, offrendo già in un caso - quello dell'Ite, missa est - le concrete alternative praticabili. In questa intervista al nostro giornale il cardinale nigeriano spiega nel dettaglio le iniziative presentate sabato scorso ai padri sinodali, illustrandone le motivazioni, le modalità e i tempi di attuazione.


Ite, missa est, "La messa è finita, andate in pace". Questa espressione ormai divenuta familiare è destinata a scomparire?
No, viene integrata con altre tre possibilità. Il numero 51 della Sacramentum Caritatis ha ribadito che il saluto al termine della celebrazione eucaristica, con cui il diacono o il sacerdote congeda il popolo, permette di cogliere il rapporto tra messa celebrata e missione cristiana nel mondo. "Nell'antichità - ricorda Benedetto XVI - missa significava semplicemente "dimissione"". Tuttavia l'espressione ha trovato nell'uso cristiano un significato più profondo trasformandosi in "missione". Il saluto così esprime la natura missionaria della Chiesa e, di conseguenza, è opportuno aiutare il popolo di Dio ad approfondire tale dimensione costitutiva della vita ecclesiale, traendone spunto dalla liturgia. In tale prospettiva il Papa ha ritenuto utile "disporre di testi, opportunamente approvati, per l'orazione sul popolo e la benedizione finale che esplicitino tale legame".


Dunque l'antica formula non è sufficientemente esplicita in questo senso?
A me sembra che per tanti cattolici l'espressione significhi semplicemente: "Ora la messa è finita, andate a riposarvi". Molti padri sinodali avevano auspicato formule alternative per esprimere la dimensione missionaria del saluto finale. Per esempio: "La celebrazione eucaristica è finita. Andate adesso a vivere ciò che abbiamo sentito, ricevuto, cantato, pregato e meditato". Interpellata dal Pontefice la nostra Congregazione ha avviato uno studio cui è seguita una vasta consultazione dalla quale sono emerse ben 72 formule alternative. Prima di presentarle a Benedetto XVI abbiamo ridotto il loro numero a nove e questi ne ha scelte tre: Ite ad Evangelium Domini annuntiandum; Ite in pace, glorificando vita vestra Dominum; Ite in pace.


Queste tre possibilità sono già operative?
Sì, le formule sono state inserite nel Missale Romanum, terza Editio Tipica Emendata pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana la settimana scorsa. A pagina 605 si può vedere che l'Ite, missa est non è stato abolito, ma solo affiancato da altre alternative. Vorrei aggiungere che i messali approvati nel passato per diverse nazioni, con altre alternative, accolgono sostanzialmente quelle scelte.


E per quanto riguarda la possibilità di modificare la collocazione dello "scambio della pace" nell'ambito della celebrazione liturgica?
Diciamo anzitutto che si tratta ancora di un'ipotesi. Al numero 49 dell'esortazione apostolica il Papa premette che "l'Eucaristia è per sua natura Sacramento della pace" e che "questa dimensione del Mistero eucaristico trova nella Celebrazione liturgica specifica espressione nel rito dello scambio della pace". Un "segno di grande valore" dunque che "nel nostro tempo, così spaventosamente carico di conflitti", acquista un particolare rilievo anche dal punto di vista della sensibilità comune, in quanto "la Chiesa avverte sempre più come compito proprio quello di implorare dal Signore il dono della pace e dell'unità per se stessa e per l'intera famiglia umana". Per Papa Ratzinger "la pace è un anelito insopprimibile, presente nel cuore di ciascuno", tanto che "la Chiesa si fa voce della domanda di pace e di riconciliazione che sale dall'animo di ogni persona di buona volontà". Da tali premesse si comprende l'intensità con cui il rito della pace è sentito nel contesto della celebrazione liturgica.


Perché allora l'ipotesi di spostarlo?
Già durante il Sinodo del 2005 era stata rilevata l'opportunità di moderare questo gesto, che - rileva la Sacramentum Caritatis - "può assumere espressioni eccessive, suscitando qualche confusione nell'assemblea proprio prima della Comunione". Di qui il suggerimento di "limitare lo scambio della pace a chi sta più vicino", per evitare il perpetuarsi di una situazione diventata in molte chiese un momento chiassoso, quasi un jamboree che avviene proprio appena prima della Comunione. Si è inoltre pensato a un possibile trasferimento del gesto a un altro momento della celebrazione. Il Papa ha domandato alla nostra Congregazione di fare delle proposte. E noi abbiamo organizzato una vasta consultazione i cui risultati sono stati inoltrati al Pontefice. Lo stesso, dopo aver studiato le sintesi, ci ha incaricati di scrivere alle Conferenze episcopali locali per chiedere loro di scegliere tra due possibilità di collocazione del segno della pace: lasciarlo dov'è, subito prima dell'Agnus Dei oppure anticiparlo tra la preghiera dei fedeli e l'offertorio.

E qual è stato il risultato di questa seconda consultazione?
Ancora non abbiamo ricevuto tutte le risposte. Contiamo di averle entro la fine di ottobre. Poi, alla fine del mese successivo, la nostra Congregazione farà il commento delle indicazioni ricevute e lo porterà al Papa per la decisione definitiva.

Nell'attuale sinodo si sta facendo strada l'idea di un "compendio della Parola" sulla scia di quelli analoghi del catechismo della Chiesa cattolica e della dottrina sociale. Anche in quello precedente era emersa una richiesta del genere in riferimento all'Eucaristia?
Il numero 93 della Sacramentum Caritatis parla dell'"utilità di un Compendio eucaristico" e Benedetto XVI ha voluto accogliere anche la richiesta avanzata dai padri sinodali per aiutare il popolo cristiano a credere, celebrare e vivere sempre meglio il mistero eucaristico. La nostra Congregazione è stata dunque chiamata in causa insieme a quella per la Dottrina della Fede.

Che cosa è stato fatto in concreto?
Al compendio stanno lavorando molti teologi, consultori e membri delle due Congregazioni. I lavori confluiranno in un libro che sarà suddiviso in varie parti: una sintesi della dottrina sull'Eucaristia, gli inni per la benedizione eucaristica, le ore di adorazione e le processioni eucaristiche; l'ufficio divino per Corpus et Sanguis Christi; le preghiere prima e dopo la messa, le preghiere dei santi a Gesù eucaristico, le preghiere per il sacerdote che si prepara alla messa; brani tratti dal magistero papale, dal Codice di Diritto canonico, dall'Imitazione di Cristo. Bisogna precisare che il compendio sarà proposto, non imposto. E posso anche affermare che non è lontana la sua pubblicazione.


Veniamo alla questione delle omelie tematiche. Non si corre il rischio di omologare la predicazione domenicale, di lasciare poco spazio alla riflessione individuale e all'approfondimento da parte del sacerdote?
Al contrario. Il Papa al numero 46 della Sacramentum Caritatis sottolinea la necessità di migliorare la qualità dell'omelia, che è parte dell'azione liturgica e ha il compito di favorire una più piena comprensione ed efficacia della Parola di Dio nella vita dei fedeli. Per questo i ministri ordinati devono prepararle accuratamente basandosi su una conoscenza adeguata della Scrittura. Il Pontefice a tal fine invita a evitare "omelie generiche o astratte" e chiede agli interessati di fare in modo che esse pongano la Parola di Dio proclamata in stretta relazione con la celebrazione sacramentale e con la vita della comunità. Da qui la richiesta di tener presente "lo scopo catechetico ed esortativo dell'omelia" e il richiamo dell'opportunità di proporre ai fedeli omelie tematiche che, partendo dal lezionario triennale, lungo l'anno liturgico, trattino i grandi temi della fede cristiana. Questi ultimi a loro volta devono fare riferimento a quanto proposto dal magistero nei quattro "pilastri" del Catechismo della Chiesa Cattolica e del suo compendio: professione della fede, celebrazione del mistero, vita in Cristo, preghiera cristiana.

Che cosa significa in pratica?
Il Sinodo del 2005 ha proposto la compilazione di temi per l'omelia domenicale in modo tale che in un ciclo di tre anni nessun grande argomento della nostra fede venga omesso. Il fatto è che non tutti i sacerdoti hanno un programma comprensivo per le omelie. E poi ci sono dei temi difficili o delicati o semplicemente che non piacciono, i quali non vengono mai toccati da alcuni predicatori. Il Papa ha perciò domandato a noi e alle Congregazioni per la Dottrina della Fede e per il Clero di preparare un elenco. Non si tratterà di omelie-modello, ma di indicazioni generali in cui per ogni tema verranno forniti elementi per poterlo sviluppare.

A che punto è il lavoro?
Siamo quasi alla metà. E vorrei ribadire che, anche in questo caso, si tratterà di una proposta, non di un'imposizione per i predicatori. Si cercherà in ogni caso di rispettare la natura dell'omelia e i testi liturgici.


© L'Osservatore Romano - 17 ottobre 2008

sabato 18 ottobre 2008

"LA RIFORMA DI BENEDETTO XVI", i cambiamenti al Culto Divino

di Andrea Tornielli
da "Il Giornale"

Non è sempre facile comprendere, nella selva delle dichiarazioni polemiche e delle semplificazioni giornalistiche, quale sia il vero messaggio che Benedetto XVI, con il suo esempio prima ancora che con la sua parola, intende dare alla Chiesa in merito alla celebrazione liturgica. Il ripristino della croce al centro dell’altare, il recupero di antichi paramenti e soprattutto la promulgazione del motu proprio che nel 2007 ha liberalizzato il rito preconciliare sono al centro di dibattiti e discussioni, spesso polarizzate in fronti opposti e non privi di coloriture estremistiche.
È quindi da salutare come una buona notizia l’uscita del libro di don Nicola Bux, La riforma di Benedetto XVI (Piemme, pp 128, 12 euro, il libreria da martedì), un volume agile e al tempo stesso denso e documentato, prefato da Vittorio Messori. Un libro che aiuta a «leggere» gli atti e iniziative liturgiche del pontificato ratzingeriano riportandole al loro significato più profondo, senza il quale si rischia di giudicarle come nostalgiche esteriorità da una parte, rivincite restauratrici dall’altra. Bux, teologo stimato dallo stesso Pontefice, esperto di teologia e liturgia orientali, spiega che «la natura della sacra liturgia è di essere il tempo e il luogo in cui sicuramente Dio si fa incontro all’uomo», non «qualcosa di costruito da noi, qualcosa di inventato per fare una esperienza religiosa», bensì «il cantare con il coro delle creature e l’entrare nella realtà cosmica stessa».
È stato il perdere di vista il suo profondo significato che ha fatto deformare il movimento liturgico post-conciliare, «sia per opera di chi considerava la novità sempre come la cosa migliore, sia per opera di chi voleva ripristinare l’antico come l’ottimo in ogni occasione». La decisione del Papa di ridare piena cittadinanza alla forma antica del rito romano, spiegando al tempo stesso che i due messali non appartengono a due riti diversi, «è una risposta a quanti, tradizionalisti e innovatori, avevano affermato che l’antico rito romano fosse morte con la riforma liturgica e nato un altro in totale discontinuità: una vera e propria cesura!». Bux ricorda che il Papa, nella lettera inviata ai vescovi come accompagnamento del motu proprio, suggerisce (non obbliga) che quanti celebrano con l’antico messale celebrino anche con il nuovo: «Di conseguenza, chi celebra secondo l’uso antico deve evitare di delegittimare l’altro uso». Anche perché sarebbe paradossale che la messa culminante con l’eucaristia, sacramento dell’unità e della pace, «finisca per diventare segno di divisione, di discordia». A questo proposito don Bux osserva che «della litiurgia come bandiera d’identità non si sono serviti solo taluni gruppi tradizionalisti per affermare il fondamentalismo cattolico ma anche non pochi progressisti per rivendicare l’autonomismo di marca protestante e no-global (vedi le bandiere della pace issate sulle chiese e davanti agli altari)».
È necessaria, insomma, una «riforma della riforma», che al contrario di quella postconciliare parta dal basso e non sia imposta dagli esperti, perché «se l’antica liturgia era un “affresco coperto”, la nuova ha rischiato di perderlo per la tecnica aggressiva usata nel restaurarlo». «La riforma liturgica – scrive il teologo – non è affatto perfetta e conclusa: c’è bisogno di correzioni e integrazioni, procedendo però in modo differente dal tempo postconciliare, non imponendo obblighi se non quelli necessari, illustrando le possibilità e promuovendo il dibattito». Lo scopo ultimo della liturgia è l’incontro con il mistero, la riscoperta di una nuova sensibilità, un adeguato spazio al sacro, al silenzio, all’ascolto, per evitare che la liturgia si trasformi – come purtroppo accade spesso – in «esibizione di attori e esondazione di parole».
Con il libro, essenziale ma davvero importante, Bux si propone di «aiutare a comprendere e a celebrare degnamente la liturgia come possibilità di incontro con la realtà di Dio e causa della moralità dell’uomo, a leggere le degradazioni sintomo di vuoto spirituale indicando la via per restaurarne lo spirito nel segno dell’unità della fede apostolica e cattolica, a promuovere un dibattito serio e un cammino educativo seguendo il pensiero e l’esempio del Papa che consenta di riprendere il movimento liturgico».

“La riforma di Benedetto XVI”, i cambiamenti al Culto Divino

di Andrea Tornielli
da "Il Giornale"

Non è sempre facile comprendere, nella selva delle dichiarazioni polemiche e delle semplificazioni giornalistiche, quale sia il vero messaggio che Benedetto XVI, con il suo esempio prima ancora che con la sua parola, intende dare alla Chiesa in merito alla celebrazione liturgica. Il ripristino della croce al centro dell’altare, il recupero di antichi paramenti e soprattutto la promulgazione del motu proprio che nel 2007 ha liberalizzato il rito preconciliare sono al centro di dibattiti e discussioni, spesso polarizzate in fronti opposti e non privi di coloriture estremistiche.
È quindi da salutare come una buona notizia l’uscita del libro di don Nicola Bux, La riforma di Benedetto XVI (Piemme, pp 128, 12 euro, il libreria da martedì), un volume agile e al tempo stesso denso e documentato, prefato da Vittorio Messori. Un libro che aiuta a «leggere» gli atti e iniziative liturgiche del pontificato ratzingeriano riportandole al loro significato più profondo, senza il quale si rischia di giudicarle come nostalgiche esteriorità da una parte, rivincite restauratrici dall’altra. Bux, teologo stimato dallo stesso Pontefice, esperto di teologia e liturgia orientali, spiega che «la natura della sacra liturgia è di essere il tempo e il luogo in cui sicuramente Dio si fa incontro all’uomo», non «qualcosa di costruito da noi, qualcosa di inventato per fare una esperienza religiosa», bensì «il cantare con il coro delle creature e l’entrare nella realtà cosmica stessa».
È stato il perdere di vista il suo profondo significato che ha fatto deformare il movimento liturgico post-conciliare, «sia per opera di chi considerava la novità sempre come la cosa migliore, sia per opera di chi voleva ripristinare l’antico come l’ottimo in ogni occasione». La decisione del Papa di ridare piena cittadinanza alla forma antica del rito romano, spiegando al tempo stesso che i due messali non appartengono a due riti diversi, «è una risposta a quanti, tradizionalisti e innovatori, avevano affermato che l’antico rito romano fosse morte con la riforma liturgica e nato un altro in totale discontinuità: una vera e propria cesura!». Bux ricorda che il Papa, nella lettera inviata ai vescovi come accompagnamento del motu proprio, suggerisce (non obbliga) che quanti celebrano con l’antico messale celebrino anche con il nuovo: «Di conseguenza, chi celebra secondo l’uso antico deve evitare di delegittimare l’altro uso». Anche perché sarebbe paradossale che la messa culminante con l’eucaristia, sacramento dell’unità e della pace, «finisca per diventare segno di divisione, di discordia». A questo proposito don Bux osserva che «della litiurgia come bandiera d’identità non si sono serviti solo taluni gruppi tradizionalisti per affermare il fondamentalismo cattolico ma anche non pochi progressisti per rivendicare l’autonomismo di marca protestante e no-global (vedi le bandiere della pace issate sulle chiese e davanti agli altari)».
È necessaria, insomma, una «riforma della riforma», che al contrario di quella postconciliare parta dal basso e non sia imposta dagli esperti, perché «se l’antica liturgia era un “affresco coperto”, la nuova ha rischiato di perderlo per la tecnica aggressiva usata nel restaurarlo». «La riforma liturgica – scrive il teologo – non è affatto perfetta e conclusa: c’è bisogno di correzioni e integrazioni, procedendo però in modo differente dal tempo postconciliare, non imponendo obblighi se non quelli necessari, illustrando le possibilità e promuovendo il dibattito». Lo scopo ultimo della liturgia è l’incontro con il mistero, la riscoperta di una nuova sensibilità, un adeguato spazio al sacro, al silenzio, all’ascolto, per evitare che la liturgia si trasformi – come purtroppo accade spesso – in «esibizione di attori e esondazione di parole».
Con il libro, essenziale ma davvero importante, Bux si propone di «aiutare a comprendere e a celebrare degnamente la liturgia come possibilità di incontro con la realtà di Dio e causa della moralità dell’uomo, a leggere le degradazioni sintomo di vuoto spirituale indicando la via per restaurarne lo spirito nel segno dell’unità della fede apostolica e cattolica, a promuovere un dibattito serio e un cammino educativo seguendo il pensiero e l’esempio del Papa che consenta di riprendere il movimento liturgico».

“La riforma di Benedetto XVI”, i cambiamenti al Culto Divino

di Andrea Tornielli
da "Il Giornale"

Non è sempre facile comprendere, nella selva delle dichiarazioni polemiche e delle semplificazioni giornalistiche, quale sia il vero messaggio che Benedetto XVI, con il suo esempio prima ancora che con la sua parola, intende dare alla Chiesa in merito alla celebrazione liturgica. Il ripristino della croce al centro dell’altare, il recupero di antichi paramenti e soprattutto la promulgazione del motu proprio che nel 2007 ha liberalizzato il rito preconciliare sono al centro di dibattiti e discussioni, spesso polarizzate in fronti opposti e non privi di coloriture estremistiche.
È quindi da salutare come una buona notizia l’uscita del libro di don Nicola Bux, La riforma di Benedetto XVI (Piemme, pp 128, 12 euro, il libreria da martedì), un volume agile e al tempo stesso denso e documentato, prefato da Vittorio Messori. Un libro che aiuta a «leggere» gli atti e iniziative liturgiche del pontificato ratzingeriano riportandole al loro significato più profondo, senza il quale si rischia di giudicarle come nostalgiche esteriorità da una parte, rivincite restauratrici dall’altra. Bux, teologo stimato dallo stesso Pontefice, esperto di teologia e liturgia orientali, spiega che «la natura della sacra liturgia è di essere il tempo e il luogo in cui sicuramente Dio si fa incontro all’uomo», non «qualcosa di costruito da noi, qualcosa di inventato per fare una esperienza religiosa», bensì «il cantare con il coro delle creature e l’entrare nella realtà cosmica stessa».
È stato il perdere di vista il suo profondo significato che ha fatto deformare il movimento liturgico post-conciliare, «sia per opera di chi considerava la novità sempre come la cosa migliore, sia per opera di chi voleva ripristinare l’antico come l’ottimo in ogni occasione». La decisione del Papa di ridare piena cittadinanza alla forma antica del rito romano, spiegando al tempo stesso che i due messali non appartengono a due riti diversi, «è una risposta a quanti, tradizionalisti e innovatori, avevano affermato che l’antico rito romano fosse morte con la riforma liturgica e nato un altro in totale discontinuità: una vera e propria cesura!». Bux ricorda che il Papa, nella lettera inviata ai vescovi come accompagnamento del motu proprio, suggerisce (non obbliga) che quanti celebrano con l’antico messale celebrino anche con il nuovo: «Di conseguenza, chi celebra secondo l’uso antico deve evitare di delegittimare l’altro uso». Anche perché sarebbe paradossale che la messa culminante con l’eucaristia, sacramento dell’unità e della pace, «finisca per diventare segno di divisione, di discordia». A questo proposito don Bux osserva che «della litiurgia come bandiera d’identità non si sono serviti solo taluni gruppi tradizionalisti per affermare il fondamentalismo cattolico ma anche non pochi progressisti per rivendicare l’autonomismo di marca protestante e no-global (vedi le bandiere della pace issate sulle chiese e davanti agli altari)».
È necessaria, insomma, una «riforma della riforma», che al contrario di quella postconciliare parta dal basso e non sia imposta dagli esperti, perché «se l’antica liturgia era un “affresco coperto”, la nuova ha rischiato di perderlo per la tecnica aggressiva usata nel restaurarlo». «La riforma liturgica – scrive il teologo – non è affatto perfetta e conclusa: c’è bisogno di correzioni e integrazioni, procedendo però in modo differente dal tempo postconciliare, non imponendo obblighi se non quelli necessari, illustrando le possibilità e promuovendo il dibattito». Lo scopo ultimo della liturgia è l’incontro con il mistero, la riscoperta di una nuova sensibilità, un adeguato spazio al sacro, al silenzio, all’ascolto, per evitare che la liturgia si trasformi – come purtroppo accade spesso – in «esibizione di attori e esondazione di parole».
Con il libro, essenziale ma davvero importante, Bux si propone di «aiutare a comprendere e a celebrare degnamente la liturgia come possibilità di incontro con la realtà di Dio e causa della moralità dell’uomo, a leggere le degradazioni sintomo di vuoto spirituale indicando la via per restaurarne lo spirito nel segno dell’unità della fede apostolica e cattolica, a promuovere un dibattito serio e un cammino educativo seguendo il pensiero e l’esempio del Papa che consenta di riprendere il movimento liturgico».

domenica 28 settembre 2008

“La Fede cattolica va insegnata nella sua integrità”

articolo tratto da www.papanews.it

CITTA’ DEL VATICANO - Non si possono scegliere le pagine del Vangelo e i precetti della Chiesa che piu' fanno comodo. La fede cattolica va insegnata "nella sua integrita', con il coraggio e la persuasione propria di chi vive in essa e per essa, senza rinunciare a proclamare esplicitamente i valori morali della dottrina cattolica, che a volte sono oggetto di discussione in ambito politico, culturale, sui mezzi di comunicazione sociale, come accade per i valori riferiti alla famiglia, la sessualita', la vita". Lo ha ribadito Benedetto XVI ai vescovi dell'Uruguay, ricevuti in "visita ad limina". La Parola di Dio, ha sottolineato il Papa, e' "tanto piu' necessaria in un tempo in cui tante altre voci cercano di far tacere Dio nella vita personale e sociale, conducendo gli uomini a minare l'autentica speranza e a disinteressarsi della ferrea verita' nella quale il cuore dell'uomo puo' riposare". Ai presuli, il Pontefice ha anche ricordato che la visita ai sepolcri dei Santi Pietro e Paolo e' "una opportunita' per rafforzare i legami di unita' effettiva ed affettiva del collegio episcopale, da intendere come manifestazione suprema dell'ideale, caratteristico della comunita' cristiana delle origini, di essere un solo cuore e una sola anima, ed esempio visibile per promuovere lo spirito di fraternita' e concordia nei vostri fedeli e nella societa' attuale, tante volte dominata dall'individualismo e da una competizione esasperata".

martedì 9 settembre 2008

L'Eucarestia: diritto o dono?

Intervista con S.E. Mons. Raymond L. Burke
di Thomas J. McKenna

Fonte: "Radici Cristiane" n. 37 - Ago/Set 2008
articolo tratto da http://rivoltialsignore.blogspot.com

Eccellenza, sembra che oggi prevalga una visione lassista nei riguardi della ricezione dell'Eucaristia. Perché? Crede poi che questo influenzi i fedeli nel modo di vivere come cattolici?

Una delle ragioni per cui credo che questo lassismo sia andato sviluppandosi è l'insufficiente enfasi nella devozione eucaristica: in modo speciale mediante il culto al Santissimo con le processioni; con le benedizioni del Santissimo; con tempi più lunghi per l'adorazione solenne e con la devozione delle Quaranta Ore. Senza devozione al Santissimo Sacramento la gente perde rapidamente la fede eucaristica. Sappiamo che c'è una percentuale elevata di cattolici che non crede che sotto le specie eucaristiche ci siano il corpo e il sangue di Cristo. Sappiamo inoltre esserci un'allarmante percentuale di cattolici che non partecipano alla Messa domenicale. Un altro aspetto è la perdita del senso di collegamento fra il sacramento della Eucaristia e quello della Penitenza. Forse nel passato c'è stata un'enfasi esagerata al punto che la gente credeva che ogni volta che si riceveva l'Eucaristia si doveva prima confessare anche se non avevano un peccato mortale. Ma ora la gente va regolarmente a comunicarsi e forse mai, o molto di rado, si confessa. Si è perso il senso della nostra propria indegnità per accostarci al Sacramento e del bisogno di confessare i peccati e far penitenza al fine di ricevere degnamente la Sacra Eucaristia. Si somma a questo il senso sviluppatosi a partire dalla sfera civile che consiste nel credere che ricevere l'Eucaristia sia un diritto. Cioè che come cattolici abbiamo il diritto di ricevere la Comunione. È vero che una volta che siamo stati battezzati e abbiamo raggiunto l'uso della ragione, dovremmo essere preparati per ricevere la Sacra Comunione e, se siamo ben disposti, dobbiamo riceverla. Ma d'altra parte noi non abbiamo mai un diritto di ricevere l'Eucaristia. Chi può rivendicare un diritto a ricevere il Corpo di Cristo? Tutto è un atto senza misure dell'amore di Dio. Nostro Signore si rende Egli stesso disponibile nel suo Corpo e nel suo Sangue, ma non possiamo mai dire di avere diritto a riceverLo nella Santa Comunione. Ogni volta che ci accostiamo a Lui, dobbiamo farlo con un senso profondo della nostra indegnità. Questi sarebbero alcuni degli elementi che spiegano l'atteggiamento lassista verso l'Eucaristia in genere. Lo vediamo anche nel modo con cui alcune persone vestono per ricevere la Sacra Comunione. Per esempio, vediamo gente che si avvicina alla Comunione senza unire le mani e persino a volte parlottando fra di loro. Alcuni perfino nel momento di ricevere l'Ostia, non dimostrano un'adeguata riverenza. Tutto ciò è indicazione del bisogno di una nuova evangelizzazione nei riguardi della fede e della pratica eucaristica.

Ci sono leggi della Chiesa per impedire condotte inadeguate da parte dei fedeli a beneficio della comunità. Potrebbe commentarle e spiegarci fino a che punto la Chiesa e la Gerarchia hanno un obbligo di intervenire allo scopo di chiarire e correggere.

Nei riguardi dell'Eucaristia, per esempio, ci sono due canoni in particolare che hanno a che fare con la degna ricezione del Sacramento. Essi hanno come scopo due beni. Un bene è quello della persona stessa, perché ricevere indegnamente il Corpo e il Sangue di Cristo è un sacrilegio. Se lo si fa deliberatamente in peccato mortale, è un sacrilegio. Quindi per il bene della persona stessa, la Chiesa deve istruirci dicendoci che ogni volta che riceviamo l'Eucaristia, dobbiamo prima esaminare la nostra coscienza. Se abbiamo un peccato mortale sulla coscienza dobbiamo prima confessarci di quel peccato e ricevere l'assoluzione e, soltanto dopo, accostarci al sacramento eucaristico. Molte volte i nostri peccati gravi sono nascosti e noti solo a noi stessi e forse a pochi altri. In quel caso, dobbiamo essere noi a tenere sotto controllo la situazione ed essere in grado di disciplinarci in modo di non ricevere la Comunione. Ma ci sono altri casi di persone che commettono peccati gravi deliberatamente e sono casi pubblici, come un ufficiale pubblico che con conoscenza e con sentimento sostiene azioni che sono contro la legge morale Divina ed Eterna. Per esempio, pubblicamente appoggia l'aborto procurato, che comporta la soppressione di vite umane innocenti e senza difesa. Una persona che commette peccato in questa maniera è da ammonire pubblicamente in modo che non riceva la Comunione finché non abbia riformato la propria vita.Se una persona che è stata ammonita persiste in un peccato mortale pubblico e si avvicina per ricevere la Comunione, allora il ministro dell'Eucaristia ha l'obbligo di rifiutargliela. Perché? Innanzitutto per la salvezza della persona stessa, cioè per impedirle di compiere un sacrilegio. Ma anche per la salvezza di tutta la Chiesa, per impedire che ci sia scandalo in due maniere. Primo, uno scandalo riguardante quale debba essere la nostra disposizione per ricevere la Santa Comunione. In altre parole, si deve evitare che la gente sia indotta a pensare che si può essere in stato di peccato mortale e accostarsi all'Eucaristia. Secondo, ci potrebbe essere un'altra forma di scandalo, consistente nell'indurre la gente a pensare che l'atto pubblico che questa persona sta facendo, che finora tutti credono sia un peccato serio, non debba esserlo tanto se la Chiesa permette a quella persona di ricevere la Comunione. Se abbiamo una figura pubblica che apertamente e deliberatamente sostiene i diritti abortisti e che riceve l'Eucaristia, che finirà per pensare la gente comune? Essa può essere portata a credere che è corretto in un certo qual modo sopprimere una vita innocente nel seno materno. Ora la Chiesa ha queste discipline e sono molto antiche. In realtà risalgono ai tempi di san Paolo. Ma lungo la sua storia, la Chiesa ha sempre dovuto disciplinare la materia della ricezione della Comunione, che è il più sacro tesoro che essa possiede.È il dono del Corpo e del Sangue di Cristo. Disciplinare questa pratica in modo che, primo, la gente non si avvicini né riceva la Santa Comunione indegnamente a costo del proprio danno morale e, secondo, che la fede eucaristica sia sempre rispettata e i fedeli non siano indotti in confusione, persino in errore, nei riguardi della sacralità del sacramento e della legge morale.

Eccellenza, ci sono casi in cui figure pubbliche vanno a Messa, ricevono i sacramenti e pubblicamente dicono di essere cattolici ma che, in pratica, sostengono legislazioni contrarie alla morale cattolica. Alcuni di loro, come scusante, sostengono di sentire in coscienza che non fanno niente di sbagliato e che comunque è una vicenda privata. Lei potrebbe spiegare perché questa posizione è erronea e come la formazione della propria coscienza non sia una questione soggettiva.

È vero che dobbiamo agire in modo conforme ai dettami della nostra coscienza, ma essa deve essere adeguatamente formata. La nostra coscienza deve conformarsi alla verità delle situazioni. Essa non è una realtà soggettiva con cui giudico per me stesso cosa è bene e cosa è male. Anzi, essa è una realtà oggettiva per la quale devo conformare il mio pensiero alla verità.A volte si sente parlare del primato della coscienza nel senso di dire "qualsiasi cosa io decida in coscienza, questo devo fare", e un tale assioma poi regola la vita. Certo, questo è vero se la coscienza è stata formata adeguatamente. Amo ripetere quello che ha detto il cardinale George Pell, arcivescovo di Sydney: "anziché parlare di primato della coscienza dobbiamo parlare di primato della verità". Cioè, la verità della legge morale di Dio con la quale la nostra coscienza deve conformarsi. Fatto questo, allora sì che la coscienza ha quel primato che le viene attribuito.

Alcune persone dicono che è parte del diritto di ricevere la Comunione non sentirsi dire da nessuno, neppure da un vescovo, da un sacerdote o da un ministro dell'Eucaristia, cosa devono fare al riguardo. Cosa ne pensa?

Anzitutto bisogna dire che il Corpo e il Sangue di Cristo sono un dono dell'amore di Dio per noi. Il più grande dono, un dono che va oltre la nostra capacità di descriverlo. Dunque nessuno ha diritto a questo dono, esattamente come non abbiamo mai diritto a nessun dono che ci viene fatto. Un dono è gratuito, causato dall'amore, e ciò è precisamente quanto Dio fa ogni volta che partecipiamo alla Messa e riceviamo la Sacra Eucaristia. Pertanto, dire che abbiamo diritto di ricevere la Comunione non è corretto. Se vogliamo dire che, se siamo ben disposti, possiamo accostarci all'Eucaristia nella Messa che si sta celebrando, che abbiamo il diritto di ricevere la Comunione nel senso che abbiamo il diritto di avvicinarci per farlo, allora sì, questo è vero.Orbene, nella ricezione della Sacra Eucaristia sono coinvolti Nostro Signore stesso, la persona che la deve ricevere, e infine il ministro del sacramento, che ha la responsabilità di assicurarsi che l'Eucaristia sia data solo alle persone degne di riceverla. Certamente la Chiesa ha il diritto di dire a chi persiste in un serio peccato pubblico, che non potrà ricevere la Comunione finché non sarà ben disposto per farlo. Questo diritto del ministro di rifiutarsi a dare la Comunione a qualcuno che persiste nel peccato grave e pubblico è salvaguardato dal codice di Diritto Canonico sotto il canone 915. Altrimenti, se si vede negare il diritto del rifiuto a dare l'Eucaristia a un peccatore pubblico che si avvicini a riceverla dando scandalo a tutti, è il ministro che viene messo in situazione di violentare la propria coscienza al riguardo di una materia serissima. Ciò sarebbe semplicemente sbagliato.

Eccellenza, sembra che spesso la richiesta di adempire la legge canonica da parte di un vescovo, di un sacerdote e persino di un'autorità della Curia vaticana, è vista da alcuni come una crudeltà, come un atto prevaricatore nei riguardi dei fedeli. Non vedono questo come un atto di carità, finalizzato a evitare che qualcuno si accosti all'Eucaristia in modo indegno compromettendo la sua salvezza eterna. Per questa ragione la Chiesa ha le sue regole. Potrebbe commentare questo aspetto del ministero?

Sono d'accordo, certo. E il più grande atto di carità evitare che qualcuno faccia una cosa sacrilega. Prima si deve ammonire chi vuole farlo e poi si deve evitare di prendere parte a un sacrilegio.È una situazione analoga a quella del genitore che deve opporsi a che il bambino giochi col fuoco. A chi verrebbe di dire che il genitore non è caritatevole perché lo richiama alla disciplina? Anzi, diremmo che questo è un genitore che veramente ama il figlio. Lo stesso fa la Chiesa; nel suo amore Essa vieta di far cose gravemente offensive a Dio e gravemente dannose alle anime stesse.

Si dice a volte che quando un membro della Gerarchia ammonisce cattolici che sono figure pubbliche, stia usando la sua influenza per interferire nella politica. Come risponde a questa obiezione?

Il vescovo o l'autorità ecclesiastica, potrebbe essere anche il parroco, che interviene in queste situazioni, lo fa solo per il bene dell'anima della figura pubblica coinvolta. Non c'entra nulla la volontà di interferire nella vita pubblica, bensì nello stato spirituale del politico o dell'ufficiale pubblico che, se è cattolico, è tenuto a seguire la legge divina anche nella sfera pubblica. Se non lo fa, deve essere ammonito dal suo pastore. Dunque, è semplicemente ridicolo e sbagliato cercare di zittire un pastore accusandolo di interferire in politica affinché non possa fare il bene all'anima di un membro del suo gregge. Questo si desume anche da quanto ha denunciato il Santo Padre Benedetto XVI ai vescovi, cioè il desiderio di alcune persone della nostra società di relegare completamente la fede religiosa nell'ambito privato, affermando che essa non ha niente a che fare con l'ambito pubblico. Questo è semplicemente sbagliato. Dobbiamo dare testimonianza della nostra fede non soltanto nel privato dei nostri focolari ma anche nel nostro interagire pubblico con gli altri, per dare una forte testimonianza di Cristo. Quindi dobbiamo finirla con l'idea che in un certo qual modo la nostra fede è una materia completamente privata che non c'entra con la nostra vita pubblica.

martedì 26 agosto 2008

Disobbedienti alla Chiesa i chierici che non indossano l'abito ecclesiastico

di Matteo Orlando
www.papanews.it


CITTA’ DEL VATICANO - Il Codice di Diritto Canonico prescrive: “I religiosi portino l’abito dell’Istituto (religioso cui appartengono)… quale segno della loro consacrazione…” (can. 669); “I chierici (cioè diaconi, preti e vescovi) portino un abito ecclesiastico decoroso…” (can. 284). La Conferenza Episcopale Italiana (CEI), a sua volta, specificando quanto prescrive il Diritto canonico, stabilisce: “Salve le prescrizioni per le celebrazioni liturgiche, il clero (diocesano) in pubblico deve indossare l’abito talare o il clergyman”. (Notiziario CEI 9,1983, 209). Su questa linea del Diritto Canonico e della CEI si sono espressi tutti Papi dal Concilio ai nostri giorni. Eppure la disaffezione di tanti preti e religiosi al loro precipuo abito è sotto gli occhi di tutti. Per cui sembra che frati e preti siano scomparsi dalla circolazione, mimetizzati come sono in abiti borghesi. Ma il loro è un ministero, un servizio, un impegno pubblico: non possono né devono perciò nascondere la loro identità. La loro disobbedienza alla Chiesa diminuisce la stima del popolo di Dio verso il clero diocesano e gli stessi religiosi, e quindi la loro incidenza pastorale. Dimenticano questi nostri fratelli maggiori che l’abbigliamento non è un puro accessorio, è un biglietto di presentazione. Infatti l’abito ha: un valore psicologico: ricorda a chi lo indossa e a chi lo vede impegni, appartenenza, decoro, spirito di corpo, dignità. Obbliga a riflettere sia chi lo indossa sia colui che lo vede; un valore sociologico: è l’affermazione pubblica della propria condizione, e quindi l’esplicita dichiarazione del proprio appartenere a Cristo e alla Chiesa cattolica; un valore teologico: esprime la partecipazione della corporeità alla dedicazione a Dio di tutta la persona; è manifestazione di quell’elezione divina per cui un uomo viene scelto e separato dagli altri uomini, per essere costituito al loro servizio nelle cose che riguardano Dio. Nonostante che certi sacerdoti, religiosi e suore, nelle loro rette intenzioni, credano di essere più popolari e vicini a noi laici vestendo o abbigliandosi come noi, sappiano che si sbagliano di grosso. Noi li vogliamo diversi da noi nella santità, ma anche nell’abito che ci ispira fiducia e ce li mostra visibilmente obbedienti alla Chiesa. Purtroppo non basta fare leggi e dare disposizioni, sono indispensabili la vigilanza e i richiami dei superiori, sia Vescovi che Superiori religiosi: vigilanza e richiami sono quasi del tutto mancati. Il calo delle vocazioni, sia sacerdotali che religiose, è dovuto, in parte, alla mancanza del fascino della divisa: tale fascino non è la vocazione, ma può essere uno degli elementi ordinari che ne preparino il seme divino. La vocazione non è una folgorazione, bensì qualcosa che si riceve in un contesto educativo e di preghiera (es. i genitori che chiedono al Signore la vocazione per il figlio o la figlia); in questo contesto educativo si inserisce il saio del frate o della suora, la talare o il clergyman del prete. Sapessero, certi sacerdoti, quante volte ha cantato vittoria Satana, durante recenti esorcismi, per essere riuscito a “spogliare” il clero!