venerdì 20 giugno 2008

IL RITO GREGORIANO (LA S. MESSA IN LATINO) A MAZZARINO! IL PAPA LA VUOLE INTRODURRE IN TUTTE LE PARROCCHIE

articolo tratto da Totus tuus

Traduzione di Daniele Arcara.

Ieri il Cardinale Dario Castrillon Hoyos, Presidente della Commissione Pontificale Ecclesia Dei, ha annunciato a Londra che Papa Benedetto XVI vuole introdurre il “Rito Gregoriano” – in precedenza conosciuto come Rito Tridentino – in ogni parrocchia della Chiesa d’Occidente.
Il Papa vuole introdurre il ‘Rito Gregoriano’ in tutte le parrocchie
Questo è un annuncio così importante che tanti cattolici non crederanno alle loro orecchie. Io ero uno dei quattro giornalisti presenti. Ecco degli estratti dalla conferenza stampa diffusa, nella quale il Cardinale demolisce completamente le interpretazioni liberali del Summorum Pontificum:


Elena Curti (The Tablet): Eminenza, vorrei chiederLe la sua opinione sulla risposta dei Vescovi dell’Inghilterra e del Galles al Motu Proprio del Papa.

Cardinal Dario Castrillon Hoyos: Penso che sia positiva. Ci sono alcuni problemi perché è un modo nuovo di celebrare la liturgia ed hanno bisogno di tempo per preparare preti e catechisti sui contenuti della Forma Straordinaria.

Reuters: In alcune parti del mondo sembra esserci della resistenza da parte dei vescovi locali nel lasciare ai fedeli piena libertà di celebrare la Forma Straordinaria. Che suggerimenti ha per i fedeli?

CC: Di informarsi. Tante difficolta sorgono perche’ non conoscono la realtà del Rito Gregoriano – questo è il nome giusto [corretto] della Forma Straordinaria, perché questa Messa non è mai stata vietata, mai. Oggi per tanti vescovi è difficile perché essi non hanno preti che conoscono il latino. Tanti seminari insegnano poche ore di latino – non abbastanza da dare la preparazione necessaria per celebrare bene la Forma Straordinaria. Altri pensano che il Santo Padre stia andando contro il Concilio Vaticano Secondo. Questa è ignoranza assoluta. I Padri Conciliari, non celebrarono mai un’altra Messa che non fosse quella Gregoriana. L’altra [il Novus Ordo] venne dopo il Concilio… Il Santo Padre, che è un teologo e che fece parte della preparazione del Concilio, sta agendo esattamente in linea con il Concilio, offrendo con libertà i modi diversi di celebrare. Questa celebrazione, quella Gregoriana, è stata la celebrazione della Chiesa per più di mille anni... Altri dicono che uno non può celebrare con la schiena rivolta alle persone. Questo è ridicolo. Il Figlio di Dio si è sacrificato al Padre, con la faccia verso il Padre. Ciò non è contro le persone. E’ per le persone...

Damian Thompson (Telegraph): Eminenza, il Santo Padre vorrebbe che le parrocchie ordinarie in Inghilterra che non hanno conoscenza del Rito Gregoriano vengano introdotte ad esso?

CC: Sì, certo. Non possiamo celebrarlo senza conoscere il linguaggio, i segni, ed i modi del Rito, ed alcune istituzioni della Chiesa stanno aiutando in questo senso. [Quindi, introdurre per insegnare ai fedeli. Questo mi ricorda quanto chiese il Concilio, e cioé, che i pastori insegnano al loro gregge a cantare e parlare sia in latino che nella loro madrelingua. Entrambe. Quindi anche adesso si usano entrambi!]

DT: Quindi il Papa vorrebbe vedere tante parrocchie ordinarie far spazio per il Rito Gregoriano?

CC: Tutte le parrocchie. Non tante – tutte le parrocchie [Tutte. Tutte. Tutte. Ripetete con me.] perché questo è un regalo di Dio. Egli offre queste ricchezze, ed è molto importante per le nuove generazioni conoscere il passato della Chiesa. Questo tipo di celebrazione è così nobile, così bella – il modo di esprimere la nostra fede è quella dei teologi più profondi. La celebrazione, la musica, l’architettura, la pittura, crea un insieme che è un tesoro. Il Santo Padre vuole offrire a tutti questa possibilità, non solo a pochi gruppi che la chiedono, così che tutti vengano a conoscenza di questo modo di celebrare l’Eucaristia nella Chiesa Cattolica.

Anna Arco (The Catholic Herald): Riguardo a ciò, vorreste vedere tutti i seminari in Inghilterra e Galles insegnassero ai seminaristi come celebrare nella Forma Straordinaria?

CC: Mi piacerebbe, e sarà necessario. Stiamo scrivendo ai seminari, ed abbiamo presente che dobbiamo fornire una preparazione approfondita non solo per il Rito, ma anche per [insegnare] la teologia, la filosofia, la lingua Latina...

DT: Quali sarebbero i passi pratici per le parrocchie ordinarie [in preparazione per il Rito Gregoriano]?

CC: Il parroco dovrebbe scegliere un ora, di Domenica, per celebrare la Messa, e preparare la comunità con la catechesi per capirla, per apprezzare il valore del silenzio, il valore del modo sacro di stare davanti a Dio, la teologia profonda, per scoprire come e perché il sacerdote rappresenta la persona di Cristo e di pregare con il prete. [Questo sottolinea anche il motivo per cui dico che SP è un gran dono per i preti. Nel cambiare il punto di vista che il prete ha della Messa e di se stesso come prete che dice la Messa, la parrocchia cambierà]

EC: Eminenza, penso che tanti cattolici siano piuttosto confusi da questa continua enfasi sul Rito Tridentino, principalmente perché ci hanno insegnato che il nuovo Rito ha rappresentato un vero progresso, e molti di noi che siamo cresciuti con esso lo vediamo come vero progresso, perché ci sono Ministri dell’Eucaristia, donne sul santuario, perché siamo tutti sacerdoti, profeti e re. A molti di noi questa nuova enfasi sembra negare tutto ciò. [buzzzz]

CC: Cos’e` il progresso?"Progredire" vuol dire [offrire] il meglio a Dio... Sono sorpreso, perche’ tanti giovani sono entusiasti della celebrazione del Rito Gregoriano...

EC: Nel Motu Proprio, l’enfasi del Papa é su un Rito e due forme, ed egli descrive il Rito Tridentino come “straordinario”. Straordinario quindi vuol dire un’eccezione, non qualcosa che celebriamo tutte le domeniche.

CC: Non “un’eccezione”. Straordinario vuol dire “non ordinario”, non “un’eccezione”. [Clap. Questo è corretto.]

EC: Dovrebbe quindi superare il nuovo Rito? Dovremmo tornare indietro? [Notate il cliche’… “torniamo indietro”. Per questa gente questo è uno spettacolo????? A somma zero ?????]

CC: Non è tornare indietro: è prendere un tesoro che è presente, ma non era offerto… Ma ci vuole tempo. L’applicazione delle riforme del Concilio Vaticano Secondo richiesero anni. Ci vuole tempo per comprendere la profondità del vecchio Rito. Il Santo Padre non sta tornando al passato; sta prendendo un tesoro dal passato per offrirlo fiano a fianco con la celebrazione ricca del nuovo Rito. La seconda preghiera Eucaristica del nuovo Rito è una delle più antiche [nell’intera liturgia della Chiesa]. Non è il caso di uno scontro ma di un dialogo fraterno.

DT: Ci sarà una chiarificazione del Motu Proprio?

CC: Non una chiarificazione del Motu Proprio stesso, ma di cose trattate nel Motu Proprio, come il calendario, l’ordinazione al sottodiaconato, il modo di usare i paramenti, il digiuno Eucaristico. [QUANDO?]

DT: Cosa ci dice del “gruppo stabile”?

CC: E` una questione di buon senso... Intorno ad ogni Vescovo ci sono forse tre o quattro persone. Questo è un gruppo stabile. Non è possibile dare la Messa a due persone, ma due qui, due lì, due da un’altra parte – loro possono averla. Sono un gruppo stabile.

DT: Da parrocchie diverse?

CC: Non c’è problema! Questo è il nostro mondo. I manager delle imprese non vivono tutti insieme, ma sono un gruppo stabile

giovedì 19 giugno 2008

'Ecclesia Dei' scrive ai Seminari: “Insegnare ai futuri sacerdoti a celebrare con il rito tridentino”


www.papanews.it

CITTA’ DEL VATICANO - La commissione vaticana Ecclesia Dei ha in preparazione una lettera da diffondere nei seminari di tutto il mondo per chiedere che i candidati al sacerdozio siano istruiti a celebrare anche in latino e secondo il rito tridentino. Lo riferisce il vaticanista Marco Tosatti nel suo Blog on-line, in base a dichiarazioni che il presidente della commissione, cardinale Dario Castrillon Hoyos, ha fatto durante una conferenza stampa tenutasi nei giorni scorsi nel Regno Unito, quando il porporato e' stato ospite della Societa' della messa latina di Inghilterra e Galles. L'iniziativa annunciata da Castrillon segue il ''motu proprio'' papale dello scorso anno, che ha liberalizzato la messa in latino secondo il rito tridentino; la Chiesa si trova impreparata per la celebrazione di queste messe e ha cosi' deciso di reintrodurre una adeguata formazione nei seminari.

lunedì 16 giugno 2008

"Non molte parrocchie - tutte le parrocchie": l'eminentissimo Castrillon Hoyos ci sorprende ancora.

da:www.rinascimentosacro.com

In una conferenza stampa tenutasi a Londra durante il suo ultimo viaggio in Inghilterra, il Cardinale Dario Castrillon Hoyos, Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, ha fatto dichiarazioni forti a sostegno della diffusione di quello che si dovrebbe definire "rito gregoriano" ossia la forma straordinaria del rito romano. Tutte le Parrocchie e tutti i Seminari dovranno fare i conti con questo patrimonio perchè è veramente universale. Cattolico

La Messa latina deve ritornare in Inghilterra e in Galles.



di Damian Thompson

La santa Messa latina tradizionale, che di fatto è stata bandita da Roma per circa 40 anni, deve essere reintrodotta in ogni parrocchia cattolica in Inghilterra e nel Galles. In più, tutti i seminari inglesi dovranno insegnare ai seminaristi la celebrazione della Messa antica in modo che siano in grado, una volta divenuti presbiteri, di potere celebrare la santa Messa tridentina in tutte le parrocchie dove andranno a compiere il loro servizio pastorale.

L'annuncio fatto ieri dal Cardinale in carica alla Liturgia Latina, Cardinal Dario Catrillon Hoyos, parlando per conto di Benedetto XVI, agiterà i cattolici progressisti, compresi molti vescovi di Inghilterra e Galles.

Il Papa turbò i progressisti l'anno scorso quando pubblicò un decreto che rimosse il loro potere di impedire la celebrazione della Messa tradizionale. La mossa di ieri dimostra che il Vaticano intende andare molto oltre nel promuovere l'antica liturgia.

Interrogato se la Messa latina dovrebbe essere celebrata in molte parrocchie ordinarie nel futuro, il Cardinal Castrillon ha detto: "Non molte parrocchie - tutte le parrocchie. Il Santo Padre sta offrendo questo non solo per i pochi gruppi che lo richiedono, ma per tutti, in modo che ognuno venga a conoscenza di questo modo di celebrare l'Eucaristia".

Il Cardinale, che è alla testa della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, ha fatto i suoi commenti mentre si stava preparando a celebrare una Messa latina tradizionale nella Cattedrale di Westminster, la prima volta che un cardinale lo fa da quarant'anni.

Nel rito tradizionale, il prete si volge nella medesima direzione della gente e legge il Canone della Messa in latino, sottovoce. Per contro, nel nuovo rito il prete guarda le persone in faccia e prega ad alta voce in vernacolo.


Il Cardinal Castrillon ha detto che il riverente silenzio del rito tradizionale era uno di quei "tesori" che i Cattolici dovrebbero riscoprire, e giovani credenti potrebbero incontrare per la prima volta.

Papa Benedetto reintroduce l'antico rito - che sarà conosciuto come il "Rito Gregoriano"- perfino dove la comunità non l'ha chiesta. "La gente non sa di essa, e perciò non la chiede" ha spiegato il Cardinale.

La Messa riformata, adottata nel 1970 dopo il Concilio Vaticano Secondo, ha sviluppato "molti, molti, molti abusi" ha detto il Cardinale. Ed ha aggiunto: "L'esperienza degli ultimi 40 anni non è stata sempre così buona. Molte persone hanno perso il loro senso di adorazione per Dio, e quegli abusi significano che molti bambini non sanno come stare in presenza di Dio."

Comunque, il nuovo rito non scomparirà; il Papa si augura di vedere le due forme della Messa esistere fianco a fianco.

Cambiamenti così travolgenti sono inevitabilmente destinati a causare intense controversie. Alla conferenza stampa, un giornalista del progressista Tablet Magazine, che è vicino ai vescovi inglesi, ha detto al Cardinale che i nuovi cambiamenti liturgici hanno comportato un "andare indietro".

In seguito al decreto papale dell'anno scorso, i vescovi progressisti in Inghilterra a America hanno provato a limitare la ripresa della vecchia Messa sostenendo che la normativa che essa dovrebbe essere reintrodotta quando un "gruppo stabile" di fedeli la richiede. Ma il Cardinal Castillon ha detto che un gruppo stabile consiste anche di tre persone che non bisogna siano neppure della stessa parrocchia.

I cambiamenti avranno bisogno di qualche anno per essere applicati, ha aggiunto, così come il Concilio Vaticano Secondo ha avuto bisogno di un sacco di tempo per essere assorbito. Egli ha insistito che la reintroduzione diffusa della Messa antica non contraddice gli insegnamenti del Concilio.


Fonte Telegraph 14 Giugno 2008.

domenica 15 giugno 2008


Il viaggio del Papa in Puglia - L’omelia della Messa a Brindisi celebrata davanti a 70.000 fedeli: “Gesù ci chiama a santificarci malgrado i nostri peccati e le nostre imperfezioni”

di Gianluca Barile


BRINDISI - "La Chiesa e' la comunita' dei peccatori che credono nell'amore di Dio e si lasciano trasformare da Lui, e cosi' diventano Santi". Benedetto XVI ha descritto cosi' la situazione dei seguaci del Vangelo, che in ogni epoca hanno potuto constatare la distanza tra il proprio vissuto e gli ideali del cristianesimo. Anche i dodici apostoli, ha infatti ricordato il Papa durante l’omelia della Messa celebrata a Brindisi, "non erano uomini perfetti, scelti per la loro irreprensibilita' morale e religiosa. Erano sicuramente credenti pieni di entusiasmo e di zelo, ma segnati dai loro limiti umani, talora anche gravi. Dunque - ha rilevato il Pontefice -, Gesu' non li chiamo' perche' erano gia' Santi ma affinche' lo diventassero: come noi, come tutti i cristiani". I Vangeli, d’altro canto, raccontano "gesti umili e discreti, che pero' contengono un'enorme potenzialita' di rinnovamento". Per Benedetto XVI, questa "e' la logica del Regno di Dio, non a caso rappresentata dal piccolo seme che diventa un grande albero". "Lo stile di Gesu' - ha proseguito il successore di Pietro davanti ad oltre 70.000 fedeli - e' inconfondibile: e' lo stile caratteristico di Dio, che ama compiere le cose piu' grandi in modo povero e umile". "Il disegno di Dio - ha sottolineato il Papa - e' diffondere sull'umanita' e sul cosmo intero il suo amore generatore di vita. Un progetto che tuttavia il Signore vuole attuare solamente nel rispetto della nostra liberta', perche' l'amore di sua natura non si puo' imporre. La Chiesa e' allora, in Cristo, lo spazio di accoglienza e di mediazione dell'amore di Dio. In questa prospettiva appare chiaramente come la santita' e la missionarieta' della Chiesa costituiscano due facce della stessa medaglia: solo in quanto Santa, cioe' colma dell'amore divino, la Chiesa puo' adempiere la sua missione, ed e' proprio in funzione di tale compito che Dio l'ha scelta e santificata quale sua proprietà". Sul binomio 'santita'-missione', ha fatto notare il Pontefice, si misura la credibilita' della Chiesa: "Nella luce di questa provvidenziale Parola di Dio - ha detto il Papa - ho la gioia di confermare il cammino della vostra Chiesa. E' un cammino di santita' e di missione, e il Vangelo di oggi ci suggerisce lo stile della missione, cioe' l'atteggiamento interiore che si traduce in vita vissuta. Non puo' che essere quello di Gesu': lo stile della compassione verso le folle stanche e sfinite, come pecore senza pastore". In quest'ottica, ha proseguito Benedetto XVI, "la compassione cristiana non ha niente a che vedere col pietismo, con l'assistenzialismo. Piuttosto, e' sinonimo di solidarieta' e condivisione, ed e' animata dalla speranza che si fonda sulla venuta del Cristo, e che in ultima analisi coincide con la sua Persona e col suo mistero di salvezza, come bene ricordava nel titolo il quarto Convegno ecclesiale italiano, celebrato a Verona: Cristo risorto e' la speranza del mondo". "L'azione della comunita' internazionale e delle sue istituzioni, supposto il rispetto dei principi che sono alla base dell'ordine internazionale, non deve mai essere interpretata come un'imposizione indesiderata e una limitazione di sovranità", ha poi ribadito il Santo Padre citando il suo intervento dell'aprile scorso all'Onu. "Al contrario - ha evidenziato - e' l'indifferenza o la mancanza di intervento che recano danno reale". Per il Papa, inoltre, nel mondo di oggi "c'e' bisogno di una ricerca piu' profonda dei modi di prevenire e controllare i conflitti, esplorando ogni possibile via diplomatica e prestando attenzione ed incoraggiamento anche ai piu' flebili segni di dialogo o di desiderio di riconciliazione". Parole pronunciate durante il tradizionale Angelus domenicale, al termine della Messa nel porto di Brindisi, un luogo, ha rammentato Benedetto XVI, che ha "un pregnante significato simbolico: ogni porto parla di accoglienza, di riparo, di sicurezza; parla di un approdo sospirato dopo la navigazione, magari lunga e difficile. Ma parla anche di partenze, di progetti e aspirazioni, di futuro. In particolare, il porto di Brindisi riveste un ruolo di primo piano per le comunicazioni verso il Mare Mediterraneo e verso l'Oriente, e per questo ospita anche una base delle Nazioni Unite, che svolge una funzione importante sotto il profilo umanitario. Da questo luogo cosi' suggestivo, non lontano da Calimera, il paese indicato come il 'buon giorno' d'Italia, desidero pertanto - ha specificato il Papa - rinnovare il messaggio cristiano di cooperazione e di pace tra tutti i popoli, specialmente tra quelli che fanno corona a questo mare, antica culla di civilta', e quelli del Vicino e Medio Oriente". "La compassione cristiana non ha niente a che vedere col pietismo e l'assistenzialismo. Piuttosto e' sinonimo di condivisione ed e' animata dalla speranza", ha anche ricordato Benedetto XVI, che ha richiamato l’attenzione sul Vangelo, che tra le tante cose, ben descrive "l'amore di Gesu' per la sua gente, specialmente per i piccoli e i poveri". "La Chiesa - ha aggiunto il Santo Padre - e' lo spazio di accoglienza e mediazione dell'amore di Dio. Santita' e missionarieta' sono due facce della stessa medaglia". La "materna protezione" della Vergine "difenda sempre" Brindisi, la Puglia, l'Italia, l'Europa e il mondo intero "dalle tempeste che minacciano la fede e i veri valori": è stata questa, poi, la speranza espressa dal Papa prima di terminare il proprio intervento. Nello specifico, l’auspicio del Pontefice e' stato che "le giovani generazioni" sappiano "prendere il largo senza paura per affrontare con cristiana speranza il viaggio della vita". "Maria, Porto di salvezza, prega per noi", ha chiesto il Pontefice "da questo lembo d'Europa proteso nel Mediterraneo, tra Oriente e Occidente", ricordando che la Vergine e' per i cristiani "Madre che indica la via donandoci Gesu', Via della pace. La invochiamo idealmente - ha concluso Benedetto XVI - con tutti i titoli coi quali e' venerata nei Santuari della Puglia, ed in particolare qui, da questo antico porto, la preghiamo quale ‘porto di salvezza’ per ogni uomo e per l'intera umanità". Un inginocchiatoio e' stato successivamente posto ai piedi del Papa per consentire ai fedeli di inginocchiarsi nel ricevere l'Eucaristia, secondo l'uso dell'antica liturgia che era stato mantenuto come possibilita' nel messale di Paolo VI. Il Santo Padre aveva gia' comunicato i fedeli inginocchiati davanti a lui lo scorso 22 maggio, nella Messa celebrata in Piazza San Giovanni in Laterano a Roma per il Corpus Domini e a Santa Maria di Leuca. Nelle due precedenti celebrazioni, come in quella di Brindisi, la particola consacrata e' stata data dal Papa nelle mani soltanto dei diaconi, mentre tutti i fedeli l'hanno ricevuta nella bocca. Entrambe le modalita' sono consentite dalle attuali norme liturgiche, ma questo modo sottolinea maggiormente il significato dell'Eucaristia come rinnovato sacrificio di Gesu', mentre l'altro e' piu' in linea con la concezione protestante che sottolinea maggiormente la dimensione della mensa. La Chiesa di Benedetto XVI, come e’ noto, e' preoccupata dal mancato rispetto dell'Eucarestia testimoniato dal numero sempre piu' elevato di abusi liturgici che si commettono nel corso delle celebrazioni. Recentemente l'Osservatore Romano ha dedicato un'intera pagina a questo problema, ospitando uno studio del teologo Inos Biffi, che denunciava una crisi di fede nel mistero della "transustanziazione", cioe' della presenza reale di Cristo nell'ostia consacrata, come causa di questo fenomeno. In un'intervista al nostro giornale, Monsignor Albert Malcom Ranjith, segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, aveva poi condannato le "stravaganze inspiegabili" commesse da alcuni sacerdoti nella liturgia sottolineando che essa "non e' di loro proprieta' ma della Chiesa". "La Messa - aveva affermato il prelato - non e' uno spettacolo, ma sacrificio, dono e mistero". Quanto alla Comunione nelle mani, "credo semplicemente - evidenziava l’Arcivescovo - che bisogni rivedere questa pratica: parlo a titolo personale, ma sono convinto dell'urgenza di tornare a dare la particola ai fedeli direttamente in bocca, senza che essi la tocchino, ribadendo in questo modo che nell'Eucarestia c'e' realmente Gesu' e che tutti lo devono accogliere con devozione, amore e rispetto". Per Monsignor Ranijth, inoltre, "sarebbe il caso di tornare anche a genuflettersi nel momento in cui ci si comunica" come "atto di rispetto verso il dono e il mistero dell'Eucarestia". "Al di la' del ruolo che ricopro in Vaticano, come cattolico - concludeva - mi domando e chiedo: perche' vergognarsi di Dio? La genuflessione al momento della Comunione sarebbe un atto di umilta' e di riconoscimento della nostra natura di figli di Dio". Intanto, in ricordo della sua visita pastorale, la Diocesi di Brindisi ha deciso di intitolare a Benedetto XVI il nuovo seminario, inaugurato nel novembre scorso dal segretario di Stato, Cardinal Tarcisio Bertone. Lo ha annunciato nel suo discorso di saluto al Pontefice l'arcivescovo locale, Monsignor Rocco Talucci. "Prima di lasciare la citta' - ha detto il prelato tra gli applausi dei 70.000 fedeli presenti alla Messa celebrata nel porto di Brindisi - il Papa ci fara' il dono di benedirlo". La diocesi di Brindisi, ha fatto notare ancora Monsignor Talucci, "ha donato al Santo Padre i paramenti utilizzati per la celebrazione Eucaristica, i quali "sono ispirati al manto di San Teodoro Martire". Su di essi "spiccano i due 'grifi', simbolo della doppia natura del Verbo incarnato, custoditi dalla Rosa mistica, simbolo della Chiesa".

giovedì 15 maggio 2008

Dario Castrillon Hoyos:Tradizione senza contestazione





di Vittoria Prisciandaro

Il cardinale a capo della Pontificia commissione "Ecclesia Dei" spiega perché il Motu proprio di Benedetto XVI è una grande ricchezza spirituale per tutta la Chiesa. E il modo in cui i problemi, che sono emersi fino a oggi, verranno risolti.


Sua Eminenza è soddisfatto. Il telefono dell'ufficio a piano terra, nel palazzo dell'ex sant'Uffizio, vive una nuova vita. E sulle scrivanie si accumula corrispondenza da tutto il mondo. Dopo la promulgazione del Motu proprio, la Pontificia commissione "Ecclesia Dei" è infatti diventata un anello importante nell'organigramma vaticano. "Adesso ho il doppio del lavoro che avevo alla Congregazione del clero", confida il cardinale Dario Castrillon Hoyos, colombiano, 79 anni, sostenitore caloroso del ritorno a casa dei lefebvriani e dal 2000 presidente della Commissione. Nata per gestire i rapporti con la Fraternità San Pio X e i gruppi che gravitano nella galassia tradizionalista, oggi "Ecclesia Dei" è diventata un interlocutore inevitabile di diocesi e parrocchie per le controversie relative all'applicazione del rito straordinario.

Eminenza, a pochi mesi dalla promulgazione del Motu proprio, quale bilancio trae?

"Con il Motu proprio il Papa ha voluto donare a tutti una rinnovata opportunità di usufruire dell'enorme ricchezza spirituale, religiosa e culturale presente nella liturgia del rito gregoriano. Il Motu proprio nasce come tesoro offerto a tutti, non in primo luogo per venire incontro a lamentale e richieste di qualcuno. Non pochi di quelli che prima non erano coinvolti in questa forma straordinaria del rito romano ora ne manifestano una grande stima. Tra i fedeli distinguerei tre gruppi: coloro che sono ; quelli della Fraternità San Pietro e, infine, il gruppo più importante e numeroso, formato da persone affezionate alla cultura religiosa di tutti i tempi, che oggi scoprono l'intensità spirituale del rito antico e, tra questi, numerosi giovani. In questi mesi sono nate nuove associazioni di persone appartenenti a quest'ultimo gruppo".

A proposito della ricchezza, alcuni liturgisti sottolineano il fatto che il rito straordinario non offre la ricchezza biblica introdotta dal novus ordo...

"Costoro non hanno letto il Motu proprio, perché il Papa afferma che le due forme si devono arricchire mutuamente. Ed è evidente che tale ricchezza liturgica non va sprecata. Nel novus ordo con gli anni si legge praticamente tutta la Bibbia, e questa è una ricchezza che non si oppone, ma va integrata nel rito straordinario".

Un'altra obiezione è sul pericolo che celebrazioni separate e diverse possano creare comunità separate...

"È una molteplicità che arricchisce, è una più ampia libertà culturale che il Papa introduce in una forma audace. Del resto nelle parrocchie ci sono molte differenze nelle celebrazioni, e non voglio parlare degli abusi, perché non sono gli abusi la ragione principale del Motu proprio".

Il suo segretario, monsignor Camille Perl, ha annunciato che a breve ci sarà un documento di chiarimento sul Motu proprio. Quando uscirà?

"È stato il cardinale Bertone ad annunciarlo, e ha il diritto a farlo. Ma io, che sono un servitore del Papa, lo annuncerò solo quando lo dirà il Papa. La nostra Commissione ha riferito al Pontefice che da ogni parte del mondo arrivano tante domande, moltissime giustificate, altre dovute a mancanza di conoscenza. Il Santo Padre, e solo lui, dirà se conviene fare un tale documento e quando".

Quali sono le domande che vi sono arrivate e che meriterebbero una risposta?

"La prima riguarda il latino, perché - dicono - celebrare in una lingua che non si conosce non è conveniente. Purtroppo i seminaristi, ma anche alcuni sacerdoti, non lo hanno studiato e quindi per loro è difficile celebrare nella forma straordinaria. Per farlo dovrebbero almeno conoscere il canone della Messa, la parte della consacrazione. Noi in 'Ecclesia Dei' ci stiamo attrezzando e stiamo preparando incontri, corsi e comunicazione informatica per una profonda conoscenza della liturgia anteriore. Alcuni corsi già sono attivi in Francia, Germania, in Brasile, in America centrale e negli Stati Uniti. A Toledo, in Spagna, per esempio, si sta valutando se conviene fare un seminario extra per la preparazione al rito straordinario o dare corsi speciali nel seminario della diocesi. In generale si nota un interesse di ritorno per il latino nel mondo accademico. È stato triste in questi anni constatare l'abbandono non solo della lingua, ma anche di certi contenuti teologici collegati alla precisione semantica della lingua latina".

Altro problema è la carenza di preti...

"Se in una diocesi mancano sacerdoti e solo tre o quattro fedeli chiedono il rito straordinario, è una cosa di buon senso pensare che sia difficile soddisfare questa domanda. Però, poiché l'intenzione, la mens, del Papa è concedere questo tesoro per il bene della Chiesa, laddove non ci sono sacerdoti la cosa migliore sarebbe offrire una celebrazione secondo il rito straordinario in una delle Messe domenicali parrocchiali. Sarebbe una Messa per tutti, e tutti, anche le giovani generazioni, usufruirebbero della ricchezza del rito straordinario, per esempio di quei momenti di contemplazione che nel novus ordo sono spariti".

Quindi lei sostiene che, se pure non c'è un gruppo consistente e stabile, in futuro si pensa di offrire una delle Messe domenicali nel rito straordinario?

"Riterrei di sì. D'altra parte questa possibilità era già stata approvata all'unanimità nel 1986 da una commissione cardinalizia nella quale era presente anche il cardinale Ratzinger, ma allora non era diventata operativa. Adesso sarei sicuro che potrebbe realizzarsi".

Un altro punto da chiarire è la definizione di "gruppo stabile e consistente". Cosa si intende esattamente?

"È una questione di buon senso: perché fare un problema se le persone che chiedono il rito vengono da parrocchie diverse? Se si riuniscono e insieme chiedono una Messa, diventano gruppo stabile, anche se prima non si conoscevano. Anche il numero è una questione di buona volontà. In alcune parrocchie, specialmente di campagna, nei giorni feriali le persone che partecipano alla Messa ordinaria sono tre o quattro e lo stesso avviene in non poche case religiose. Perché se quelle stesse tre persone chiedono la Messa antica sarebbe pastoralmente necessario rifiutarla?".

Quindi il futuro documento dovrebbe essere più accogliente delle richieste dei pochi?

"Sì, ma bisogna intenderlo non come qualcosa che va a scapito degli altri, della maggioranza, ma per il loro arricchimento e sempre evitando ogni pur minima forma di contrapposizione".

C'è poi il problema dei sacramenti: penso al rito dell'Ordinazione o a quello della Cresima, che fa riferimento a un codice di diritto canonico diverso e usa formule diverse...

"Certamente a prima vista ci sono alcuni problemi con riguardo all'Ordine sacro, alla Cresima e anche concernenti alla diversità di calendario. Quanto all'Ordine sacro nella forma antica c'erano la tonsura, gli ordini minori e il suddiaconato. Questa forma è ancora in uso e continuerà a esserlo negli Istituti vincolati stabilmente al rito antico, come la Fraternità San Pietro, la Fraternità San Pio X e altri Istituti. Sulla Cresima, prima ancora del Motu proprio, la Congregazione per la dottrina della fede aveva già chiarito che non c'è un conflitto tra le due formule, dato che anche la formula nuova come l'antica godono di validità e lo stesso si dica per gli altri sacramenti dove la formula è diversa. Con riguardo ai calendari che non sempre coincidono, si presentano effettivamente dei problemi come nel caso delle feste dei patroni di una parrocchia, dei santuari, di congregazioni e istituti religiosi, ecc. Con prudenza e buon senso si faranno gli accomodamenti necessari e anche di questo si occupa la Pontificia commissione 'Ecclesia Dei'".

Che tempi prevede per la riconciliazione con la Fraternità San Pio X?

"Ci sono segnali positivi, c'è un dialogo non interrotto. Ancora qualche giorno fa ho scritto una nuova lettera a monsignor Fellay, superiore della Fraternità, come risposta a una sua precedente. Oltre agli incontri e alla corrispondenza, ci sentiamo anche al telefono. Ritengo viabile la riconciliazione con la Fraternità San Pio X perché, come spesso abbiamo detto a 'Ecclesia Dei', non si tratta di un vero scisma ma di una situazione anomala nata dopo l'"azione scismatica" di monsignor Lefebvre nel conferire l'episcopato senza mandato pontificio, anzi contro la volontà espressa del Papa. Nel mio cuore ho la grande fiducia che il Santo Padre riuscirà a ricucire il tessuto della Chiesa con l'arrivo di questi fratelli alla piena comunione. Rimarranno sempre alcune differenze, come sempre abbiamo avuto nella storia della Chiesa".

Ma con i lefevbriani c'è anche un problema di accettazione del dialogo ecumenico...

"Sì, in effetti ci sono difficoltà con l'interpretazione di testi del Concilio al riguardo e con alcune concrete prassi ecumeniche, ma nessun vescovo della Fraternità di San Pio X dirà che non bisogna cercare l'unità dei cristiani".

Dopo il Motu proprio qualcuno della Fraternità San Pio X è tornato in comunione con la Chiesa di Roma?

"Sì, e altri hanno volontà di farlo. Ma io ho la speranza che venga l'intero gruppo, non vorrei che si dividessero. Se però arriva il singolo e dice che vuole fare subito l'unità con il Papa, lo si deve accettare. Il Motu proprio ha fatto avvicinare anche altre persone. Per esempio, il 28 marzo scorso, ho ricevuto la lettera di un vescovo non cattolico, che ha deciso di entrare nella Chiesa cattolica con altri vescovi e preti che celebrano la Messa tridentina".

I nuovi poteri di "Ecclesia Dei" non entrano in conflitto con il ministero dei vescovi?

"Il Papa, che ha l'autorità su tutta la Chiesa, su ognuno dei fedeli e dei vescovi, ha stabilito le nuove norme nel Motu proprio, e la Pontificia commissione è solo uno strumento al servizio del Vicario di Cristo perché venga realizzata la sua decisione. 'Ecclesia Dei' è attenta all'applicazione del Motu proprio in fraterna armonia, comprensione e collaborazione con i vescovi. Sono da evitare attitudini di contrasto con i pastori da parte di persone, gruppi o istituzioni a motivo del Motu proprio. Certamente i pastori, in obbedienza al Papa, avranno comprensione per quei fedeli che hanno un amore speciale per la tradizione liturgica. Con i vescovi che si sono messi in contatto con noi ho trovato sempre comprensione".

Nell'introduzione alla ristampa del Compendio di Liturgia pratica di Trimeloni, lei scrive che il Papa si avvale della Pontificia commissione "Ecclesia Dei" perché nella diversità delle forme cultuali possa risplendere la ricchezza dei tesori di fede e spiritualità della Sposa di Cristo. In cosa consiste la differenza tra la liturgia di Giovanni XXIII e quella riformata da Paolo VI?

"Papa Giovanni ha incorporato anche la liturgia nel suo desiderio di dialogo della Chiesa con la cultura contemporanea. Paolo VI ha dato organicità alle riforme nate da questo desiderio. Lo Spirito Santo, che sempre accompagna la Chiesa, ispira i cambiamenti necessari in ogni momento della storia, senza rottura violenta del processo di perfezionamento che Egli stesso ha ispirato nel decorso storico. Benedetto XVI, con questo Motu proprio, accomuna le ricchezze dei due momenti del processo, sanando anche, così, il disagio di quanti hanno creduto che nel campo liturgico c'era stata una rottura inaccettabile".

Dopo la riformulazione della preghiera del Venerdì Santo si è detto che si tornava indietro di 40 anni nel dialogo ebraico-cristiano. Si aspettava queste critiche?

"Non è cosa buona pregare per i nostri fratelli figli di Abramo? Abramo è padre della fede, ma in una catena salvifica nella quale si aspetta il Messia. E il Messia è arrivato. Negli Atti degli apostoli leggiamo che, in un giorno, si sono convertiti 5 mila ebrei. Non contesto la preghiera del novus ordo, ma considero perfetta quella attuale del rito straordinario. E prego volentieri per la conversione dei miei tanti amici ebrei, perché credo veramente che Gesù è figlio di Dio e il Salvatore di tutti".

Vittoria Prisciandaro



da "Jesus" - maggio 2008

lunedì 5 maggio 2008

Quando si prega non è conveniente guardarsi.

da www.rinascimentosacro.com

di Joseph Ratzinger

2. Nella tradizione, Oriente e immagine della croce, e quindi orientamento cosmico e storico salvifico della devozione, erano amalgamati; nell'immagine della croce era a sua volta espressa secondo un'interpretazione forse dapprima puramente escatologica il memoriale della Passione, la fede nella resurrezione e la speranza della parusia, e quindi tutta la tensione del concetto cristiano del tempo, per cui il tempo degli astri è trasformato nel tempo dell'uomo e nel tempo di Dio, nel tempo che non è Dio, ma che Dio ha per noi. Lo sguardo alla croce compendia in sé, in qualche modo, anche la teologia dell'icona, che è una teologia dell'incarnazione e della trasfigurazione; di fronte all'assenza di immagini dell'Antico Testamento (e dell'Islam) il Nuovo Testamento mette in evidenza la novità nell'immagine di Dio, verificatasi nell'incarnazione del Figlio: Dio va incontro ai nostri sensi. Egli è rappresentabile nell'uomo che è suo Figlio.

L'epoca postconciliare ha portato un calo dell'immagine, che si spiega con molte ragioni; non possiamo essere tranquilli. Non si dovrebbe ripristinare come cosa estremamente importante, il significato dell'immagine della croce e rispondere cosi alla costante incisiva di tutta la tradizione della fede? Anche nell'attuale orientamento della celebrazione, la croce potrebbe essere collocata sull'altare in tal modo che i sacerdoti e i fedeli la guardino insieme. Nel canone essi non dovrebbero guardarsi, ma guardare insieme lui, il trafitto (Zc 12, 10; Ap 1, 7).


3. Suscita sempre in me una certa impressione il fatto che i nostri fratelli evangelici, nella trasformazione delle forme medioevali, hanno trovato un ben equilibrato rapporto tra la posizione degli antistiti e della comunità da un lato e la posizione comune in direzione della croce. Fin dai primissimi esordi, essi hanno dato un rilievo molto forte al carattere comunitario del culto e hanno così necessariamente marcato con energia l'ambito delle parti nelle quali antistite e comunità sono rivolti l'uno verso l'altra, mentre in passato, nella liturgia cattolica, esso consisteva soltanto in brevi conversioni per i saluti e per gli inviti a pregare. Ma nell'atto vero e proprio della preghiera ci si rivolge pur lì insieme all'immagine del crocifisso. Ritengo che dovremmo apprendere seriamente da questo.

Nella preghiera non è necessario, non è anzi nemmeno conveniente, guardarsi l'uno con l'altro, e tanto meno nel ricevere la comunione. Dipenderà dalle disposizioni locali come si possa soddisfare a questi due punti di vista. Forse l'indicazione data al punto 2. può in molti casi aprire una soluzione pratica. In un uso esagerato e malinteso della "celebrazione rivolta al popolo" si è continuato a rimuovere la croce dal mezzo dell'altare perfino nella basilica di San Pietro a Roma, per non ostacolare la visuale tra il celebrante e il popolo. La croce sull'altare non è però un impedimento alla visuale, ma un punto comune di riferimento.

Essa è l'iconostasi, che è scoperta, non ostacola l'andare l'uno verso l'altro, ma media e significa pure per tutti l'immagine che concentra e unisce i nostri sguardi. Ardirei addirittura la tesi che la croce sull'altare non è impedimento ma presupposto della celebrazione "versus populum". Diverrebbe così nuovamente ricca di significato la distinzione tra liturgia della parola e canone. Nella prima si tratta dell'annuncio, e pertanto di un indirizzo immediato, nell'altra di un'adorazione comune, nella quale noi tutti stiamo più che mai durante la invocazione "conversi ad Dominum": Rivolgiamoci al Signore; convertiamoci al Signore.


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sabato 3 maggio 2008

Il Maestro Frisina le 'suona' a Kiko e ai Neocatecumenali: “No alle braccia incrociate in stile militaresco e all’omelia tenuta da laici”

di Bruno Volpe www.papanews.it

CITTA’ DEL VATICANO - Intervista con Monsignor Marco Frisina (nella foto), liturgista, compositore di musica sacra, uno dei sacerdoti certamente più attenti e anche competenti in materia di rispetto del decoro durante le cerimonie Eucaristiche. Con il celebre Maestro, autore dell’inno ufficiale dell’indimenticabile Gmg del 2000 e dei testi del Musical sulla Divina Commedia, partiamo dal modo controverso scelto dall’iniziatore del Cammino Neocatecumenale, Kiko Arguello, per ricevere, a braccia conserte, il Santissimo Sacramento dalle mani del Papa.

Monsignor Frisina, cosa pensa dell’atteggiamento di Kiko? Ai più è parsa una inutile provocazione da parte del capo di un movimento che non vede ancora approvati i propri statuti dal Vaticano…

“Arguello si è comportato in maniera assolutamente sbagliata e poco elegante. La Comunione va ricevuta con atteggiamento orante, mentre quelle braccia incrociate in stile militaresco hanno rappresentato un atteggiamento di sfida e, addirittura, di dispetto. Un episodio davvero poco edificante”.

Ricordiamo, per l’ennesima volta, qual è il modo più corretto per ricevere l’Eucarestia…

“Nel Novus Ordo è spiegato chiaramente che ci si deve accostare alla Mensa Eucaristica in processione, magari con le mani giunte, sempre in raccoglimento. Nel rito antico, come si sa, ci si doveva inginocchiare davanti alla balaustra. Questa delle braccia incrociate è davvero una brutta novità…”.

Parliamo dei Neucatecumenali. La loro liturgia fa molto discutere. Ad esempio, le omelie vengono tenute da laici. Cosa ne pensa?

“Guardi, la liturgia è unica, nessuno se ne può impossessare. So che la questione dei Neucatecumenali è sotto giudizio della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei sacramenti, che li ha ‘esortati’ ad adeguarsi liturgicamente ai canoni della Chiesa. In quanto all’omelia laica, le dico senza indugio che si tratta di un abuso gravissimo che può creare pericolose confusioni; un abuso che va eliminato al più presto del tutto”.

Veniamo agli abusi liturgici in genere. Dopo il Vaticano II, se ne sono viste di tutti i colori: cattivi interpreti del Concilio si sono dati ad una brutta creatività…

“E’ vero. Questi abusi ci sono stati. Qualche sacerdote, fortunatamente non tutti, ha ecceduto in estrosità, reputandosi egli stesso il centro della Messa o inventando cose che non esistono, sconfinando quindi in superficialità e volgari sciatterie. Questa moda va rivista“.

Dunque, anche Lei p contrario alle cosiddette Messe-spettacolo…

“Chiaro. Il protagonista della Messa è sempre Cristo, mai il sacerdote. La Santa Messa è sacrificio, dono, mistero. Ogni eccesso creativo va contro questa visione teologica della cerimonia Eucaristica”.

Il Santo Padre Benedetto XVI, l’anno scorso, ha promulgato il Motu Proprio che liberalizza la Messa Tridentina. Qual è la Sua opinione?

“Penso che il Papa abbia compiuto un bel gesto di giustizia e di libertà. I fedeli tradizionalisti, anche se pochi, hanno il diritto di chiedere la celebrazione della Messa secondo il rito di San Pio V che, peraltro, è bene ricordarlo, non è mai stato abolito e fa parte, come dire, del Dna stesso della Chiesa. Io stesso ho fatto la mia prima Comunione con il Messale tridentino…“.

Lei che è uno dei massimi esperti in materia, ci dica: come deve essere la musica religiosa?

“Intonata alla celebrazione, senza sbavature o estrosità. I testi devono essere, anche se in lingua vernacolare, intonati ed appropriati alla funzione liturgica, evitando invenzioni o estemporaneità”.